Meme - Dolore - Gen Z
Come l'ironia è diventata l'unico strumento di verità
Ciao! Eccoci col terzo numero di Ring light, una newsletter mensile sulla filosofia nell’era digitale per capire meglio la contemporaneità.
Questo mese Jeff Bezos si è sposato nella mia città, a Venezia. Purtroppo sono rimasto bloccato a Torino, altrimenti sarei tornato per un reportage. Credo proprio che ne riparleremo, però. Il prossimo numero di Ring light sarà sul turismo e il matrimonio di Jeff ha sollevato problemi sistematici. Nel frattempo parleremo dei meme come strumenti di propaganda, dell’ironia Gen Z come denuncia di un mondo assurdo e dell’esposizione al dolore.
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Un tempo c’era un Giovanotto che voleva essere più di quanto fosse. Questo lo rendeva infelice. Decise perciò di andare in Afghanistan e scattare fotografie dei proiettili che sibilavano vicino alle sue orecchie. Purtroppo, gli venne il mal di pancia.
William T. Vollmann, Afghanistan Picture show
Meme e propaganda
William T. Vollmann, ai tempi di Afghanistan Picture show, ha poco più di vent’anni. Viene dagli USA, lavora in una compagnia assicurativa e ha certe manie di protagonismo. Così, nel 1982, parte per l’Afghanistan per documentare la guerra russo-afghana convinto di cambiare il mondo. Passerà la maggior parte delle sue giornate sul water - per poi finire col farsi una foto insieme a me, puoi vederla alla fine.
La guerra, proprio per la sua severità e tragicità, finisce spesso per sembrare comica. Forse, ultimamente, un po’ troppo.
L’admin di @IRIran_Military – uno dei profili ufficiali delle forze armate iraniane – sta facendo gli straordinari per scrivere su X una versione contemporanea de Il buon soldato Sc'vèik. Immagino tu abbia già visto i tweet di questi giorni. Nel dubbio, eccone alcuni:
Come forse ricorderai, soprattutto nei primi tempi dell’invasione russa del 2022, anche l’Ucraina bombardava X di meme.
Iran e Ucraina sfruttano la stessa strategia di comunicazione e, anche se ci sembra ridicola, il punto è proprio questo.
Se uno Stato militare se ne esce con una frase da villain di un anime, come può il post passare inosservato? I meme sfruttano i sistemi algoritmici, emergono dal flusso ininterrotto di notizie, diventano virali. E ci colpiscono.
La propaganda, rivolgendosi alle masse, ha sempre avuto bisogno di simboli e slogan per semplificare i propri messaggi. Durante la Seconda guerra mondiale un poster poteva rappresentare un’aquila a grinfie sguainate e un motto del tipo “Join the army air service. Be an american eagle!”. Oggi funziona meglio Peter Parker che senza occhiali vede un carro armato russo e, con gli occhiali, lo vede distrutto. I meme sono l’evoluzione della propaganda tradizionale.
La guerra - e questo è un cambiamento importante - si svolge anche sui social, che sono un campo di battaglia per conquistare l’attenzione e, infine, il consenso. Sia io, che sto scrivendo questa newsletter davanti al ventilatore con un bicchiere di acqua e limone, sia tu, che stai leggendo, siamo, inconsciamente, bersagli nel tessuto informativo della cyberguerra.
Fra disinformazione industrializzata, viralità, saturazione, polarizzazione non c’è più differenza fra tempo di guerra e di pace.
Siamo, dice Asma Mhalla in Tecnopolitica, «in uno stato permanente di guerra grigia, o ibrida, in cui vige una continua intossicazione dell’informazione». È una fase intermedia che stimola le nostre emozioni viscerali – rabbia, paura – e, allo stesso tempo, le spegne.
Per Susan Sontag le fotografie - incluse quelle su Instagram - ci colpiscono fintanto che mostrano qualcosa di nuovo. Non vale solo per la guerra, ma anche per la crisi climatica, l’immigrazione, il sistema carcerario e chi più ne ha più ne metta. È difficile, se non impossibile, far emergere e quindi restituire rilevanza alle notizie a cui siamo assuefatti.
Oggi il reportage letterario di Vollmann, il suo “picture show”, che effetto ci farebbe? È facile assuefarsi alla violenza: più ne assumiamo e meno ci impressiona: è il più basilare meccanismo di difesa quello che si innesca.
I meme intercettano questo evitamento, travestendo informazioni fondamentali di leggerezza e riuscendo a consegnarle.
Gen Z humor: immaturità o consapevolezza?
Sommersi di immagini che ci impressionano o ci indignano, stiamo perdendo la capacità di reagire.
È ancora Susan Sontag a dirlo, ma penso che sia io che te ce ne siamo resi conto da tempo. Apriamo Instagram e leggiamo di un’invasione, scrolliamo e bam, bombardamento, andiamo su YouTube e fra i consigliati ci troviamo “Come sopravvivere a un’esplosione nucleare”.
Per la sua dieta mediatica, la generazione Z – eccomi qui 🙋🏼♂️ – è la più esposta alla violenza. È, ancora, la prima a poter vivere in tempo realissimo la guerra: riceve video dei soccorsi palestinesi su Telegram, vede su TikTok la morte negli occhi di un autista russo colpito da un drone kamikaze, assiste alla live di un soldato che si paracaduta oltre le linee nemiche.
Sui report destinati ai reparti marketing siamo quelli per cui ideare prodotti nostalgia. Siamo cresciuti con la retorica del “Impegnati e ce la farai!” per poi entrare in un loop di stage. Siamo quelli che leggono più libri fantasy per scappare dalla realtà. Siamo così cooked che annusiamo recessione economica interpretando il ritorno degli skinny jeans e i trend su TikTok – a proposito, ecco come PinkPantheress promuove il suo album, so 2007 coded.
Ludwig Wittgenstein avrebbe detto a Norman Malcolm, un suo amico, che un buon lavoro filosofico potrebbe essere composto interamente di battute. E, in effetti, il suo Tractatus logico-philosophicus è, secondo alcune interpretazioni, un’opera parodistica che risponde con ironia a secoli di mattoni filosofici incomprensibili, criticandoli.
La Gen Z ha fatto lo stesso, coniando un senso dell’umorismo assurdo e nichilista per decostruire un mondo altrettanto insensato.
Citando l’account X dell’Ucraina: “La verità è che lo humor ha un potere enorme”. Ma cos’è questo fantomatico Gen Z humor? E come mai Starships di Nicki Minaj è diventata la colonna sonora della Terza guerra mondiale?
Partiamo dall’ironia dello humor Gen Z. Ci sono diversi livelli, uno più complicato dell’altro. Si parte dal primo, quello più semplice: l’ironia comunica il contrario di ciò che afferma. Poi c’è un ultimo, nuovo livello, quello che ci interessa:
l’ironia è così profonda che, affermando e negando l’affermazione ripetutamente, non si riesce più a distinguere ciò che è vero da ciò che è falso.
L’umorismo Gen Z completa una tradizione filosofica che comincia con Nietzsche e prosegue col post-strutturalismo, il pensiero debole, il neopragmatismo e l’arrivo di Starbucks in Italia. Se la filosofia riflette e descrive, in qualche modo, la direzione che stiamo prendendo, allora è certo che anche i migliori outfit per la WWIII lo facciano.
Quella Gen Z è un’ironia nichilista e assurdista ma non per questo senza valori.
È ridicolo che nel 2025 possa scoppiare la terza guerra mondiale, così come è incredibile vedere il sassofonista libanese suonare o una discoteca ballare gli Abba mentre i missili iraniani volano verso Tel Aviv. Perciò, tutti quei meme su Call of Duty o su Battlefield, quei ganci visivi fatti con un missile che colpisce Israele, quei “get ready with me for my first world war” non sono soltanto contenuti per fare interazioni, ma un meccanismo di difesa contro le atrocità che ci coinvolgono e, in alcuni casi, strumenti di denuncia.
Se l’ironia è questo, ossia difesa e denuncia, è anche e addirittura esternalizzazione del dolore. Il Corecore, nato come nicheTok tag, è diventato, dal 2020 in poi, un trend un trend artistico e culturale che combina citazioni nostalgiche e musica malinconica con clip totalmente randomiche - che vanno da colline verdeggianti a clutch su Fortnite.
Il nome, nella sua ripetizione, è in sé stesso parodistico, una presa in giro di tutti i vari #core, ma gli edits finiscono davvero per essere introspettivi: smuovono qualcosa. Perciò, dopo aver iniziato con Vollmann, non mi resta che chiudere citando la descrizione di una compilation di video #corecore su YouTube:
Il dolore è necessario per cambiare, fa parte dell’esperienza umana, abbraccialo. Abbraccia la sofferenza. Abbraccia i tuoi stenti e le tue debolezze perché sono ciò che ti rendono forte, che ti rendono ciò che sei. Mai arrendersi
CyberShinigami, Core Core Compilation
Pain is necessary to bring about change, it's part of the human experience. Embrace your pain, your suffering. Embrace your struggles and flaws because they make you strong, they make you who you are. Never give up gentlemen.
Conclusione
Commenti come “Questa generazione è così poco seria 😭” o “Gli storici skipperanno la nostra generazione💀” hanno ragione? E i meme possono far parte di qualcosa di assolutamente serio come la guerra?
Se c’è una cosa che alla Gen Z piace fare è, di sicuro, citare Kierkegaard a sproposito. Quindi lo farò anche io. In Kierkegaard l’ironia è sia positiva, sia negativa. Da un lato consente di distaccarsi dalla massa e, con una certa dose di libertà, criticarla con puntualità. Dall’altro rischia di cristallizzarsi in uno stato esistenziale immaturo, in una negatività sterile, di qualcuno che sa cosa vuole essere ma che non sa cosa vuole diventare.
Io non credo che l’ironia Gen Z sia sterile, né che i meme non si addicano alla guerra. I tempi cambiano, così le risposte che diamo loro.
Luce RGB
Rgb è la sezione random della newsletter, ossia quella dove ti consiglio altri materiali per approfondire i temi trattati o per trovare ispirazione. Ah sì, c’è anche un mio neologismo, quello di questo mese è…
Birkenstonks: indica il numero crescente di persone che indossano le Birkenstock o l’aumento del consumismo consapevole.
Puoi leggere questo numero di Edamame, la newsletter di Mattia Marangon, per un altro punto di vista sulla nostra esposizione al dolore.
Fai una visita al War meme museum.
Se vuoi approfondire i livelli di ironia con un video completo e complicato, c’è quello di JREG.
Un recente TikTok di Torcha sull’umorismo Gen Z raccontato a partire dai meme sulla guerra.
Bonus: ecco me e Vollmann (distrutti) alla Libreria Marco Polo di Venezia nel lontano 2022:
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Ciao Gianfranco, bella digressione e complimenti per il lavoro che fai. Leggendo le tue parole, mi è venuto in mente il volume di Salvia (l’admin della pagina Iconografie del XXI secolo), Interregno, in cui si evidenziava come, in questa sagra dell’assurdo che è l’attualità, il nostro nichilismo e il nostro spirito di sopravvivenza psicologica ci abbiano portato a ridicolizzare/minimizzare la qualunque, con effetti a loro volta grotteschi. Tuttavia, credo che il nichilismo della nostra generazione non sia altro che una risposta a ciò che ci circonda, ossia a un ambiente scevro di qualsiasi impulso innovativo o rivoluzionario in senso culturale. In un certo senso, il principio (invecchiato molto male) della “fine della storia” ha finito per inglobare anche la realtà che ci circonda, lasciandoci in balia del nulla e di avvenimenti che, a prima vista, sembrano del tutto randomici. Dinanzi all’immensa montagna da scalare per invertire questo trend, la risposta più semplice è abbandonarsi a un tetro commento in risposta a un altrettanto tetro post.
Grazie Gianfranco, molto interessante!! Accompagni la tua intelligenza con uno stile acuto e “irriverente” e sai portare lo sguardo di chi ti legge a livelli profondi di significato della realtà, non è facile. Grazie e complimenti!