Potere - Sicurezza - Media
L'arte di farsi i cazzi propri come strategia per la sopravvivenza
Ciao! Eccoci con il decimo numero di Ring light, una newsletter mensile sulla filosofia nell’era digitale per capire meglio la contemporaneità.
Dai casi di cronaca alle operazioni militari internazionali, la violenza e la sicurezza hanno un grande impatto mediatico. Con i nuovi pacchetti sicurezza e le operazioni dell’ICE in Minnesota, è arrivato il momento di scrivere di una tensione che percepisco da tempo: quella fra stato di diritto e stato di natura.
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Dietro a Ring light c’è mooolto lavoro, ore e ore e ore di ricerca e di scrittura - per questo numero mi sono anche sorbito ore di qualunquismo de La Zanzara, cosa non faccio per te. Al momento è gratis, mi accontento di alimentare il mio egocentrismo, ma se vuoi iscriverti mi rendi felice 👉👈
Bellum omnium contra omnes.
La guerra tutti contro tutti.
T. Hobbes, De Cive
Il sistema
A diciott’anni creai il mio sistema filosofico e lo descrissi in una piccola Moleskine, la mia personale Critica della ragion pura. Al centro c’era un “Io” intorno a cui girava tutto e le implicazioni logiche conducevano a una sorta di solipsismo stoico che eliminava il problema dell’essere, di Dio e della verità.
Quel “sistema” oggi lo riassumerei in una frase: “Farsi i cazzi propri”.
Come ogni intellettuale astraevo, codificavo e complicavo cose semplicissime. Era pura sapiosessualità egoriferita, un onanismo encefalico con scariche dopaminiche che mi facevano sentire il più avanguardista genio contemporaneo. È riempiendo quella Moleskine che ho fritto i miei circuiti cerebrali e raggiunto l’overdose narcisistica.
Quel sistema si è fuso col mio cervello, condannandomi a usare espressioni come “onanismo encefalico” e a ripensare, giorno dopo giorno, alla mia ingenuità tardo-adolescenziale. Ma proprio perché il giovane-me-filosofo mi perseguita, ultimamente l’ho rivalutato.
Homo homini lupus.
L’uomo è lupo per l’uomo.
T. Hobbes, De Cive
Farsi i cazzi propri come tecnica di sopravvivenza
«Non sei ottimista per la condizione politica del mondo?», chiede Anthony Bourdain. Asia Argento risponde così: «Non mi interessa. Non voto nemmeno. Non ho mai votato. […]. Questo modo di fare è tutto italiano, il dire “Se non mi riguarda, lasciamo correre”. E io sono completamente così».
É di questa disillusione che voglio parlare oggi. Una disillusione che nasce dalla paura e dall’odio e si diffonde attraverso i media e, paradossalmente, sembra essere confermata dalla realtà. Alla fine, quel che si forma è una narrazione - con “narrazione” intendo un percorso, un pattern, un trend.
Dai maranza alle violazioni sistematiche del diritto internazionale, la sicurezza e la violenza dominano il discorso pubblico e quel che emerge, il comune denominatore, è l’estensione del dominio della lotta.
Mi sembra che la percezione diffusa, detta in “filosofese”, sia la seguente: stiamo passando da uno stato di diritto a uno stato di natura, dove ciascuno - i cittadini come gli Stati - pensa ai propri interessi. Citando ancora Asia Argento, ci si preoccupa della famiglia, del condominio “e questo è già tanto a cui pensare”.
Farsi i cazzi propri, oggi, è una tecnica di sopravvivenza o, come direbbe Hobbes, bellum omnium contra omnes.
Tastare il polso del Paese e generalizzarlo è il guilty pleasure degli scrittori, e anche il mio. Perciò faremo proprio questo e, per farlo, partiremo da un punto del Paese: Venezia.
La leggeeeeeeeeeeeeeeeeeeee.
David Parenzo, La Zanzara
La crisi della legge
Quando diciamo che c’è odore di gas, cioè quando sentiamo quella puzza di uova marce, stiamo in realtà respirando mercaptano. Il mercaptano è un composto solforoso che viene mescolato al gas naturale, incolore e inodore, per individuare eventuali fughe. Se Alvise non avesse percepito il mercaptano, allora «sarebbe bastata una scintilla».
Lo so, hai qualche domanda. Ora ti rispondo. 1) Se nel paragrafo sopra parlavo di Hobbes e ora di esplosioni è perché sono un grande scrittore e nel finale voglio sorprenderti rimettendo in ordine i pezzi del puzzle. 2) In una calle qui vicino, qualche anno fa, si è danneggiato un tubo del gas: una scintilla sarebbe bastata per l’esplosione. 3) Alvise, invece, è il nostro idraulico di fiducia. Nostro e di Massimo Cacciari.
La storia del mercaptano me l’ha raccontata quand’è venuto a rifarci l’impianto a gas, ero ancora uno studente universitario. «Sì, faccio filosofia». «Sì, lo so che gli idraulici saranno i nuovi milionari». «No, non penso che teoria e tecnica debbano sussistere su piani separati». «In che senso hai avuto la stessa discussione con l’ex sindaco di Venezia nonché docente di filosofia Massimo Cacciari?».
Qualche mese fa Adelphi mi ha mandato Icone della legge e, che tu ci creda o no, è il primo libro di Cacciari che ho letto. Visto che anche lui astrae, codifica e complica inutilmente, ti faccio un riassunto io:
“La legge è un’icona ossia una traccia che rimanda alla sua origine - il sacro, il diritto - ma questo suo fondamento è in perenne crisi, oggi soprattutto” - guarda e impara l’arte del riassunto, Massimo.
Questo fondamento in perenne crisi e a cui la legge rimanda per la propria legittimità è costantemente esposto sui social, nei telegiornali, in radio.
Non servono né Kafka, né Rosenzweig, né Florenskij per fotografare la “condizione in cui viviamo”: basta ascoltare La Zanzara, scrollare i video sfogo su TikTok, cuccarsi lo spam de la Repubblica o farsi un giro fra i casi di cronaca - e, perché no, nella Gazzetta ufficiale.
E non dimentichiamo i temi caldi che infestano i media da anni: i pickpocket, l’invasione dell’Ucraina, i maranza, il tira e molla fra governo e magistratura, il degrado delle stazioni, la carenza di personale fra le forze dell’ordine, eccetera.
Per scrivere questa newsletter ho raccolto momenti in cui la legge è sembrata insufficiente, creando clamore mediatico: la condanna a tre anni del carabiniere, Roma Termini, Alessandro, il capotreno ucciso a Bologna, l’assoluzione di Chiara Ferragni, il Garante della Privacy indagato e mi fermo qui con la cronaca italiana, altrimenti diventa una lista della spesa - gli elenchi non si addicono alla grande letteratura, a meno che tu non sia Javier Marìas o Thomas Bernhard.
Poi ci sono gli Stati Uniti: l’attacco contro il Venezuela - che mi ha spinto a scrivere ciò che stai leggendo - e, proprio in questi giorni, l’ICE a Minneapolis. Una delle parole più frequenti? Lawlessness. Laggiù, adesso, ci sono due fonti di potere contraddittorie: quella locale, “ribelle” e quella federale, “legittima”.
In altre parole, non solo la legge è assente, ma lotta contro sé stessa.
E un sistema in crisi vuole soluzioni di emergenza.
Il Minnesota tende allo stato di natura, è sempre più vicino a una guerra civile e, come previsto da una simulazione del 2024, potrebbe diventare il banco di prova decisivo per i limiti costituzionali all’uso della forza militare interna negli Stati Uniti, con il rischio concreto di superare una soglia da cui sarebbe difficile tornare indietro.
Trasmissioni qualunquiste, algoritmi indignati, passaparola superficiali rendono ancora più fragile un sistema già indebolito mentre la realtà assomiglia sempre più a uno stato di natura e la legge, in tutto ciò, ne esce umiliata.
Come dicevamo, è questa narrazione - questa rete di temi, notizie e piattaforme - che credo sia importante rintracciare nel dibattito pubblico per capire cosa sta succedendo e cosa potrebbe accadere.
Voglio vivere in uno stato d’assedio.
Giuseppe Cruciani, La Zanzara
Guerra mediatica
Noi dobbiamo seguire la narrazione perché non sono i dati ad alzare il watch time, non sono i video essay a fare milioni di views, non sono i miei TikTok di analisi culturale a diventare virali: sono i contenuti SNARF, il nonsense, i meme. Se il tempo è il bene più prezioso, non vogliamo la Data Room della Gabanelli per riflettere, vogliamo risposte pronte, cibo surgelato da vomitare al pranzo di Natale.
Scrollando su TikTok o Instagram - per non parlare di Facebook - noi siamo già soldati impegnati in una guerra culturale. Ogni post può essere un’arma, ogni scroll una tentazione, ogni secondo in più un’indicazione per l’algoritmo e ogni giorno è una sfida per non prendere posizioni precotte sui temi più caldi - haha colto il gioco di parole?
Senza rendercene conto, partecipiamo attivamente a conflitti digitali, cavie del soft-power - il confine fra complottista e intellettuale è molto labile. Quel che voglio dire è che la politica, ultimamente, non si gioca sul benessere economico piuttosto che sulle soluzioni di welfare ma, come dice Francesco Nicodemo, esperto di comunicazione (politica), ci si scontra sull’identità culturale.
Nello stato di natura le comunità sono frammentate. Senza il diritto, nulla vieta a qualcuno di prendersi qualcosa con la forza, che siano le provviste piuttosto che la Groenlandia. In un clima così teso, quale è quello delle guerre culturali, il potere va a chi promette di mettere il proprio Paese - l’io collettivo - al sicuro.
Se non abbiamo tempo per costruire alternative, o così ci sembra, la priorità è una sola: preservare ciò che già c’è. La popolarità delle destre - europee e americane - rientra perfettamente nella cornice del divide et impera, del potere personale/nazionale come alternativa al diritto - illuminante nessuno l’avrebbe detto, lo so (ironia).
«C’è un limite al suo potere globale?», chiede un giornalista del The New York Times. Trump, dopo l’invasione del Venezuela, risponde così: «Sì, c’è un limite. La mia moralità. La mia stessa mente. È l’unica cosa che può fermarmi». Come dicevamo prima, lawlessness.
Anthony e Asia, in quel ristorantino romano, stanno facendo la tipica Italian experience: parlare di fascismo a tavola. Discutono di tempi di crisi e di masse influenzabili, sembra una presentazione di Antonio Scurati, ed è lì, in quel momento, che viene fuori quel modo di fare tutto italiano: “Curarsi solo del proprio orticello”.
Ricordatevi, ancora una volta, del vostro ingresso nel dominio della lotta.
M. Houellebecq, Estensione del dominio della lotta
Lottare per lavorare. Lavorare per vivere
Fin qui ho descritto un quadro critico. Ma, come immagini, non ho finito qui.
Si sa che il compito di un grande intellettuale non è ricostruire il mondo, ma criticarlo e sembrare pure intelligenti nel mentre.
Il processo di stato-di-naturificazione - Cacciari, sii fiero di questa mia locuzione retorica - non lo vediamo solo nello scollamento fra potere legislativo ed esecutivo o nelle guerre culturali, ma anche nel più tradizionale dominio della lotta: il lavoro.
Si parla di “recessione delle assunzioni”, dell’IA che sostituisce le posizioni entry-level e rivoluziona la carriera per come l’abbiamo sempre concepita, della job bullshittification, del peggior anno per trovare lavoro da neolaureati, dei bot AI “incaricati” di fare le prime selezioni - analisi CV e video intervista - o dei round di colloqui infiniti.
Su TikTok chi ha un lavoro, invece, sbrocca. Video di crash out in auto, in treno, in ufficio o a casa tutti accomunati da bestemmie, pianti, denunce, disperazione e, naturalmente, rassegnazione a un’intera vita di lavoro che non avrà fine ed è appena all’inizio.
I dati non sono incoraggianti - lavoro povero/stagionale, crescita occupazionale over 50, “fuga di cervelli”, crisi della classe media, eccetera - ma non sono quelli a interessarci. Ancora, noi dovremmo concentrarci sulla narrazione, quella sensazione collettiva che poi è ciò che influenza davvero la realtà.
Il mondo del lavoro ci sembra - ma anche stando ai dati è - una gara per accaparrarsi le poche posizioni, una logorante battaglia salariale, una sfida per ritagliarsi un fazzoletto di terra da occupare. È una guerra tutti contro tutti che ognuno combatte per il proprio interesse e che spesso, invece di rendere felici, rende soli.
Tutti i protagonisti di Houellebecq si sentono soli e la loro solitudine è generata - preparati a una sequela di paroloni, inclusa la parola “sequela” - da quel liberalismo economico che rende il lavoro il nucleo intorno a cui gravita la vita degli individui occidentali.
Conclusione
Il dominio della lotta non ha smesso di espandersi e presto potrebbe inglobare ogni dimensione della nostra vita. Per accorgersene, basta prestare attenzione.
“Gianfranco ma sei un gufo perché ti ostini a vedere solo il declino della società smettila di fare l’intellettuale a tutti i costi ogni tanto puoi darmi anche una buona previsione per il futuro”.
Tu, col tuo flusso di pensiero, hai ragione. Farsi i cazzi propri ha due significati per le nuove generazioni. Il primo: partecipare alla competizione per garantire il proprio benessere, la propria stabilità economica e la propria sopravvivenza. Il secondo: cambiare il sistema dall’interno, pretendere un equilibrio vita-lavoro più sostenibile, manifestare per i nostri diritti e quelli degli altri, dare un senso più profondo alla propria esistenza.
Ma dobbiamo fare attenzione a ciò che succede intorno a noi. Questa narrazione della violenza è come il mercaptano, il segnale di un pericolo. Perché tutto esploda, “basta una scintilla” - ho detto che alla fine mi sarei ricollegato, sono o non sono un grandissimo scrittore?
Luce RGB
Luce RGB è la sezione random della newsletter, ossia quella dove ti consiglio altri materiali per approfondire i temi trattati o per trovare ispirazione.
Sui social, i video delle manifestazioni sono un segnale di ciò che sta accadendo: sono i più commentati, i più condivisi, i più visti, i più polarizzanti. Una persona che unisce, legge e interpreta narrazioni e small data è Alice Avallone nel suo nuovo libro Dati Sensibili. Il lato umano e consapevole dei numeri. Senza il suo approccio, probabilmente questa newsletter sarebbe molto diversa. Anche io parto da piccoli segnali per individuare trend attuali o futuri, tipo i video delle manifestazioni. Lei essenzialmente spiega il processo. Ah, ha anche una newsletter qui su Substack.
Nello scorso numero di Ring light ero alla ricerca di Mudkip shiny (se non l’hai letto o non ti ricordi perché abbia parlato di Pokémon, ecco il link). Bene, dopo due mesi di ricerche l’ho trovatooooo:
Da “torinese”, non posso non parlare degli scontri dello scorso weekend (al momento in cui scrivo questa nota) fra manifestanti e polizia. Il corteo per l’Askatasuna si è trasformato in un campo di battaglia, come saprai, una piccola guerra civile. Crosetto, in visita diplomatica ai Carabinieri, ha parlato così dei manifestanti su X: «Oltre 1000 persone. Organizzate militarmente. Con una strategia da guerriglia urbana». Meloni ci è andata anche più pesante: «Colpito lo stato». Questa è la narrazione di cui parlavamo. Una narrazione che non distingue fra giusto e sbagliato, fra fatti mostrati e prove, ma che si preoccupa solo di raccontare e così dividere, creare buoni e cattivi. Schlein ha detto a Meloni «Non strumentalizzate la faccenda» e che io sia d’accordo con lei è tutto dire. Perché quello che il governo sta facendo è proprio questo: strumentalizzare. Torino è il pretesto, l’ennesimo, per “ripristinare le regole”, per “ripristinare l’ordine” (parole di Meloni). Stiamo parlando di quelle regole e quell’ordine che, come abbiamo visto, sembrano non esistere più.
AGGIORNAMENTO: Il 5 febbraio è stato approvato il nuovo decreto sicurezza “emergenziale” - come se fossimo in una guerra civile - che prevede misure più aspre nel contesto delle manifestazioni pubbliche, dal fermo preventivo alle maxi sanzioni amministrative. E poi ci sono le novità per limitare la violenza giovanile, a partire dai coltelli. Trovi tutte le info qui.

Fonte: La Stampa Vanchiglia, il quartiere torinese dove si trova l’Askatasuna, è al momento il sogno di Cruciani: una zona in stato d’assedio, dove camionette e identificazioni sono la routine. Per contestare le misure di controllo e sicurezza introdotte negli ultimi mesi, ritenute eccessive e invasive, le famiglie e gli abitanti della zona hanno deciso di muoversi in sede legale.
In Francia, a Lille, a proposito di assenza della legge, una manifestazione organizzata dai pompieri si è trasformata in uno scontro con la polizia. Il cortocircuito è evidente: due forze statali in conflitto fra di loro.
A Venezia, la mia città, è crollato un tratto delle mura della Questura. Non è una news particolare, ma un po’ simbolica sì, dai.
E per questo mese è tutto! Se alla fine ti è piaciuta la newsletter e non hai ancora fatto l’iscrizione, ecco qui il pulsante per te ✨
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Ciao Gianfranco,
stavolta, leggendo che hai messo di mezzo il diritto, mi sento chiamato in causa in modo piuttosto diretto (time to shine, let’s go!).
Occuparsi oggi di diritto – nel mio caso di diritto costituzionale – dà spesso la sensazione di lavorare su un edificio concettuale raffinatissimo, pieno di promesse, che però trova sempre meno presa sulla realtà materiale in cui dovrebbe operare.
Una delle idee più forti della modernità giuridica, che studiosi come Paolo Grossi hanno raccontato benissimo, è che il diritto sia nato (e si sia evoluto) come tecnica di protezione: lo strumento attraverso cui anche chi non ha potere può aspettarsi che qualcuno, un’istituzione, una regola, intervenga a tutelarlo. In questa prospettiva, il diritto non è semplicemente ordine e disciplina, ma una forma storica di organizzazione della giustizia sociale.
La sensazione, però, guardando molte dinamiche contemporanee, è che questo baricentro si stia spostando. Il diritto continua formalmente a parlare il linguaggio delle garanzie, dei diritti, dell’eguaglianza; ma sempre più spesso finisce per funzionare come meccanismo di stabilizzazione degli equilibri di potere esistenti, più che come strumento di riequilibrio. Non perché le norme lo dicano apertamente, ma perché il contesto economico, politico e mediatico entro cui operano tende a piegarne l’effettività in quella direzione.
Da dentro, ti assicuro, questo scarto tra promessa e realtà si vede in modo anche più netto, ed è difficile non viverlo con una certa frustrazione.
Se dovessi parlare di "soluzioni", non ne ho di pronte. Ma ho l’impressione che siamo in una fase di interregno: le categorie giuridiche con cui abbiamo pensato i diritti, i poteri, la rappresentanza, la responsabilità, sono nate per una società che non è più la nostra, mentre quelle nuove non hanno ancora trovato una forma stabile. Il diritto, dopotutto, non vive di vita propria: è un prodotto storico, e cambia insieme alla società che lo genera. Per questo credo che il compito, oggi, non sia tanto difendere nostalgicamente forme del passato, quanto ripensare le radici ideali del discorso giuridico per capire come possano tornare ad avere presa in un mondo molto diverso. Forse il "vecchio" diritto e la "vecchia" società non sopravviveranno nelle loro forme note. Ma la sfida è evitare che, nel frattempo, sopravviva solo il potere bruto, e non anche l’idea che il diritto serva a limitarlo e a rendere migliore la società in cui viviamo.