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Avatar di Matteo Paolanti

Ciao Gianfranco,

stavolta, leggendo che hai messo di mezzo il diritto, mi sento chiamato in causa in modo piuttosto diretto (time to shine, let’s go!).

Occuparsi oggi di diritto – nel mio caso di diritto costituzionale – dà spesso la sensazione di lavorare su un edificio concettuale raffinatissimo, pieno di promesse, che però trova sempre meno presa sulla realtà materiale in cui dovrebbe operare.

Una delle idee più forti della modernità giuridica, che studiosi come Paolo Grossi hanno raccontato benissimo, è che il diritto sia nato (e si sia evoluto) come tecnica di protezione: lo strumento attraverso cui anche chi non ha potere può aspettarsi che qualcuno, un’istituzione, una regola, intervenga a tutelarlo. In questa prospettiva, il diritto non è semplicemente ordine e disciplina, ma una forma storica di organizzazione della giustizia sociale.

La sensazione, però, guardando molte dinamiche contemporanee, è che questo baricentro si stia spostando. Il diritto continua formalmente a parlare il linguaggio delle garanzie, dei diritti, dell’eguaglianza; ma sempre più spesso finisce per funzionare come meccanismo di stabilizzazione degli equilibri di potere esistenti, più che come strumento di riequilibrio. Non perché le norme lo dicano apertamente, ma perché il contesto economico, politico e mediatico entro cui operano tende a piegarne l’effettività in quella direzione.

Da dentro, ti assicuro, questo scarto tra promessa e realtà si vede in modo anche più netto, ed è difficile non viverlo con una certa frustrazione.

Se dovessi parlare di "soluzioni", non ne ho di pronte. Ma ho l’impressione che siamo in una fase di interregno: le categorie giuridiche con cui abbiamo pensato i diritti, i poteri, la rappresentanza, la responsabilità, sono nate per una società che non è più la nostra, mentre quelle nuove non hanno ancora trovato una forma stabile. Il diritto, dopotutto, non vive di vita propria: è un prodotto storico, e cambia insieme alla società che lo genera. Per questo credo che il compito, oggi, non sia tanto difendere nostalgicamente forme del passato, quanto ripensare le radici ideali del discorso giuridico per capire come possano tornare ad avere presa in un mondo molto diverso. Forse il "vecchio" diritto e la "vecchia" società non sopravviveranno nelle loro forme note. Ma la sfida è evitare che, nel frattempo, sopravviva solo il potere bruto, e non anche l’idea che il diritto serva a limitarlo e a rendere migliore la società in cui viviamo.

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